“…Questo è uno dei pochi lati buoni della vita: nessuno ti può conoscere se non glielo permetti”
Si apre un romanzo di Marilynne Robinson e si entra in una dimensione narrativa che ormai si riconosce con sorpresa, quasi con stupore: quella dei classici, delle opere capaci di coniugare forza cognitiva e splendore della rappresentazione. La letteratura, insomma. Era successo con Gilead, il primo libro di quella che si va delineando come una trilogia, ne abbiamo avuto conferma con Casa, e ora ne troviamo il perfetto compimento in Lila. Dove a Gilead, luogo di fantasia dello Iowa, nel cuore del cuore del Grande Paese, si celebra il più grande dei misteri dell’esistenza, quello dell’amore. L’amore che unisce e genera vita. Lila è una giovane vagabonda senza origine e senza futuro che incontra John Ames, il pastore del paese, ne riconosce la bellezza che va oltre l’età avanzata e le loro differenze. Riconosce la solitudine dell’uomo e la sua meraviglia per lei, scopre che le piace il modo in cui le sta accanto come se per lui fosse una gioia, un piacere, e il modo in cui le parla, la ascolta, la guarda. Tutte le buone ragioni dell’amore, in attesa del compimento dei corpi. Che avrà luogo, dopo che lei in una scena indimenticabile gli avrà chiesto di sposarla, e che porterà all’attesa e alla nascita di un figlio che offrirà tutte le risposte che Lila voleva. La più classica e scontata delle trame della vita, e la più aperta alla rappresentazione della bellezza del mondo e dell’indole carogna della vita. Marilynne Robinson sa dire come pochi della bellezza e come nessuno della fiducia nella Grazia, che va oltre gli accidenti dell’esistenza e le colpe di ciascuno. Che si creda o meno, non importa: la sua narrativa è letteratura, e Lila uno splendido romanzo d’amore, tutto dal punto di vista di lei, una figura dell’autenticità e della femminilità quale nella narrativa d’oggi non è possibile trovare.
Qui una lunga e bella intervista all’autrice.